La grande menzogna di Terezin

A partire novembre 1941, i nazisti trasformarono la fortezza di Theresienstadt, nella Repubblica Ceca annessa nel 1938, in ghetto grazie al finanziamento delle famiglie ebree: si, perché la menzogna era che si stava creando un luogo sicuro dove potessero vivere in pace. All’inizio fu il campo della propaganda nazista. A Terezin abbiamo visto filmati dell’epoca in cui si ritraeva un luogo sereno: giovani che giocavano a palla,  persone mature dedite a tutte attività apparentemente normali.

Ma c’era un muro. Non il primo e purtroppo non l’ultimo.

E c’erano quegli sguardi che la telecamera e il montaggio della propaganda non hanno saputo evitare e non hanno potuto tagliare. Sguardi di un’amarezza profonda, gli sguardi di chi vedeva i propri anziani e malati confinati nelle soffitte a morire di caldo. Ufficialmente a Terezin non veniva ucciso nessuno. O meglio, nessuno veniva sterminato. Si moriva di stenti e malattie in soffitte roventi.

Poi si veniva mandati nei campi di sterminio.

Terzin è una testimonianza unica dell’Olocausto per le testimonianze scritte, le migliaia di disegni dei bambini che i nazisti non hanno potuto distruggere. Testimonianze vive, di prima mano e senza filtri, terribili e commoventi.

_dsc7732

Street o non street! Questo è il dilemma…

Molti amici di fotografia conoscono bene il mio punto di vista critico sulla “Street Photography”: non capisco la necessità della definizione, dell’etichetta.

Per me la “Street Photography” non esiste. Perché?

Perché a volte mi sembra che con “Street Photography” si voglia giustificare la pigrizia: si esce di casa, si fanno venti metri e si inizia a scattare senza avere ben in mente un’idea, si immortala ogni cosa ci possa sembrare curiosa o interessante… dalle deplorevoli foto rubate a chi sta peggio di noi (per dare un vezzo insostanziale di attenzione al sociale) al grottesco.

Perché se esco di casa, faccio venti metri ed inizio a Fotografare con un’idea in mente ben precisa, con un Progetto, quesi sicuramente sto facendo Reportage, facilmente ho dietro le liberatorie e con i miei soggetti ci interagisco anche umanamente.

E questo, a mio avviso, Efrem lo spiega molto bene nel suo post.